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benedetti1Egregi giornalisti,
Il femminicidio è un fenomeno ancora troppo diffuso, in Italia. Per combatterlo non basta piangerne le vittime, occorre comprenderne le caratteristiche. Nei primi mesi del 2018 già 94 uomini hanno compiuto un femminicidio ed in Veneto ne avviene uno ogni 45 giorni. Che la frequenza sia

inferiore rispetto ad altre regioni italiane e che rispetto ad altri paesi in Italia i femminicidi siano inferiori è una magra soddisfazione. Sia perché, come segnala l’Istat, la misurazione del fenomeno è difficile e quindi non sempre precisa, sia perché ogni caso costituisce un qualcosa di inaccettabile. Quasi sempre le vittime sono donne uccise per il rifiuto del dominio o del possesso dell'uomo, spesso dopo aver subito una serie di maltrattamenti sfociati nell’atto estremo del partner. Il problema maggiore, a differenza di quanto spesso viene affermato, non è la mancata denuncia della donna ma l’uomo che compie tali atti. Quasi mai la colpa va attribuita a disturbi: le cause sono rabbia, negazione del fallimento. Si tratta di violenza sessista, di ossessione di controllo e di potere frutto di una visione del mondo patriarcale in cui la donna ha un ruolo di subalternità e di sottomissione all’uomo. Prima se ne diventa consapevoli prima le statistiche potranno avvicinarsi allo 0, l’unico numero accettabile. A tal fine in Italia stanno sorgendo i CAM, Centri Antiviolenza Maschile, di supporto per gli uomini che riconoscono di avere un problema di violenza. La sottovalutazione o errata definizione del problema dipende anche, a mio avviso, dal fatto che spesso sulla stampa accade di leggere o sentire frasi del tipo “Era un ragazzo d’oro, di sani principi”, come accaduto per Gianfranco Fallica di Paternò. Accetto tali definizioni per chi ha subito una disgrazia, per chi è morto di cancro, non per chi pesta, chi maltratta, chi uccide donne e bambini. E’ tempo che i giornali ed i mezzi d’informazione non giustifichino più e non banalizzino più accadimenti simili, anche censurando gli interventi di chi prova a difendere l’indifendibile. Ricordo che un anno fa è stato sottoscritto a Venezia il “Manifesto delle Giornaliste e dei Giornalisti per il rispetto e la Parità di Genere nell’Informazione”. Esso richiama la Convenzione di Istanbul del 2011, che condanna “ogni forma di violenza sulle donne e la violenza domestica” e che cerca di prevenirla attraverso il raggiungimento dell’uguaglianza. Il Manifesto impegna gli aderenti ad “adottare  un  comportamento  professionale  consapevole  per  evitare  stereotipi  di  genere  e assicurare massima attenzione alla terminologia, ai contenuti e alle immagini divulgate”, nonché ad “utilizzare il termine specifico “femminicidio” per i delitti compiuti sulle donne in quanto donne   e   superare   la   vecchia  cultura  della  “sottovalutazione  della  violenza”:  fisica, psicologica, economica, giuridica, culturale.”
Se la politica non deve vessare il giornalismo querelando un vignettista vietandone il sacrosanto diritto alla satira, d’altro canto esiste una responsabilità del giornalismo nella formazione culturale del paese, specialmente in questi anni in cui le informazioni sono più facilmente fruibili.  Mi auguro pertanto che le adesioni al manifesto aderiscano sempre più giornalisti e raccontando la verità senza edulcorarla, rendano giustizia alle vittime e contribuiscano alla riduzione di nuovi casi,

On. Silvia Benedetti (MISTO-SOGNO ITALIA)

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