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corruzione(Fonte: Il Fatto) - Rispetto al 2012, il nostro paese passa da 42 a 43 punti su una scala che va dal valore minimo 0 a 100. Il dato ci piazza al 69° posto. In Ue peggio di noi hanno fatto solo Bulgaria (77°) e Grecia (80°). In cima la classifica Danimarca, Finlandia, Svezia e Norvegia.

 

Migliora, di pochissimo, ma resta ampiamente sotto la sufficienza il giudizio sulla diffusione della corruzione in Italia cui l’ong Transparency International è giunta nel suo rapporto annuale sullo stato del fenomeno nel mondo. Rispetto al 2012, l’Italia passa da 42 a 43 punti su una scala che va dal valore minimo 0 a 100, collocandosi al 69° posto su 177 Paesi analizzati. In Ue peggio dell’Italia hanno fatto solo Bulgaria (77°) e Grecia (80°).

Secondo l’ong “trattandosi di un indice sulla percezione, le interpretazioni devono tenere conto del fattore ‘soggettivo’, ma è possibile fare alcune considerazioni generali riguardo alle performance anticorruzione dei diversi paesi del mondo: nonostante questo breve passo in avanti, l’Italia rimane ancora confinata agli ultimi posti in Europa, seguita solo da Bulgaria (41 punti) e Grecia (40 punti), ed allo stesso livello della Romania. Come d’abitudine, al vertice della classifica mondiale troviamo i paesi del Nord Europa – Danimarca, Finlandia, Svezia e Norvegia –, oltre alla Nuova Zelanda, mentre l’ultima posizione è occupata da AfghanistanCorea del Nord e Somalia (tutti con un misero voto di 8/100)”.

Maria Teresa Brassiolo, Presidente di Transparency International Italia, non è stupita della leggera inversione di tendenza perché “si sono compiuti molti sforzi strutturali per migliorare latrasparenza e l’integrità del settore pubblico, a partire dal decreto 150, fino alla legge anticorruzione 190 e agli ultimi decreti sulla trasparenza e l’accesso civico. Il trend positivo è maggiormente visibile dai dati del Global Corruption Barometer 2013 che ci ha portati almeno apari merito con Francia e Germania, in taluni segmenti anche meglio. Naturalmente dobbiamo proseguire lo sforzo, ma il messaggio pare recepito. Resta l’uso disinvolto e spesso incompetente delle risorse pubbliche che creano debito, tasse e rabbia”. 

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