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La vittoria di Robert Mugabe e i rischi per il futuro dello Zimbabwe.

Il quadro politico.

Robert Mugabe e il suo partito, lo Zimbabwe African National Union-Patriotic Front (Zanu-Pf), sono stati dichiarati vincitori delle elezioni presidenziali, parlamentari e amministrative tenute in Zimbabwe il 31 luglio, le prime dopo quelle del 2008, segnate da gravi violenze,

e nella cornice della nuova Costituzione, adottata con il referendum del 16 marzo scorso. Il testo, approvato con il 95% di voti, rientra nel Global Political Agreement (GPA), accordo firmato nel 2009 da Morgan Tsvangirai, leader del Movement for Democratic Change (Mdc-T), e Robert Mugabe dopo la crisi elettorale del 2008 quando Tsvangirai, dopo il primo turno, dovette ritirarsi a causa delle violenze scatenatesi nel paese. IL GPA ha portato alla formazione di un governo di unità nazionale, con Mugabe capo di Stato e Tsvangirai Primo Ministro, ma con il presidente in grado di conservare il controllo dell'Esercito, della polizia, delle corti e degli organi di informazione, consentendo allo Zanu-Pf di contenere l’attività dell’opposizione e degli attori della società civile. Le stesse modalità con le quali è stata fissata la data delle elezioni – senza interpellare il primo ministro e con decreto presidenziale dopo la pronuncia della Corte Costituzionale, in assenza di una nuova legge elettorale - non ha dato tempo all’opposizione di organizzarsi per chiedere l’abrogazione di due provvedimenti, adottati dallo Zanu-Pf nel 2002, e che eliminati avrebbero reso la competizione più equa: il Public Order and Security Act che autorizza la polizia a bloccare i raduni politici e l’Access to Information and Protection of Privacy Act, che limita i diritti dei giornalisti e l’accesso agli organi di informazione. Elezioni non monitorate da occidentali. Le elezioni, giudicate regolari e non viziate da brogli dagli osservatori della Comunità dello sviluppo dell’Africa australe e dell’Unione africana, hanno assicurato a Mugabe il settimo mandato con il 60,87% dei voti espressi da circa 3,5 milioni di elettori e allo Zanu-Pf 142 dei 210 seggi dell'Assemblea nazionale. Un risultato che riconsegna al partito del Presidente la maggioranza parlamentare persa nel 2008. Per decisione dello stesso Mugabe, a nessun osservatore occidentale è stato consentito monitorare le elezioni poiché legati a governi che mantengono sanzioni nei confronti dello Zimbabwe. In realtà, dopo aver giudicato "un successo pacifico e credibile" il referendum sulla nuova Costituzione, l'Unione europea (Ue) ha eliminato le misure restrittive in vigore nei confronti della maggior parte degli individui e delle entità dello Zimbabwe (con l’esclusione di Mugabe, la moglie Grazia, un piccolo gruppo di funzionari della sicurezza e la Zimbabwe Mining Development Corporation). Il 26 marzo a Londra si è tenuto il meeting “Amici dello Zimbabwe”, per ribadire l’impegno e il supporto della Comunità Internazionale per un Zimbabwe prospero e democratico. Nonostante l’alleggerimento delle sanzioni, Mugabe resta “persona non grata” in Europa dal 2002 per via di gravi e ripetute violazioni dei diritti umani che gli vengono attribuite. I timori internazionali. In un comunicato, l'Alto rappresentante per la politica estera dell'Ue, Catherine Ashton, ha espresso la preoccupazione dei 28 Stati membri per le presunte irregolarità e la partecipazione incompleta allo scrutinio, oltre che per delle debolezze emerse nel processo elettorale e per la mancanza di trasparenza. Per il Segretario di Stato americano, John Kerry, "alla luce delle sostanziali irregolarità riferite da osservatori interni e regionali, gli Stati Uniti non ritengono che i risultati rappresentino una credibile espressione della volontà del popolo dello Zimbabwe”. Ue e Usa condividono la posizione espressa dal primo ministro Tsvangirai, principale sfidante di Mugabe, che ha definito le elezioni una farsa, annunciando l'intenzione di contestare il risultato in tribunale. Anche durante l’ultimo comizio elettorale tenuto ad Harare in presenza di 30mila persone, Tsvangirai ha ripetutamente denunciato le carenti condizioni di organizzazione del voto e il Segretario Generale dell’Mdc-T, il ministro delle Finanze uscente Tendai Biti, ha annunciato un’azione legale contro la Commissione elettorale dello Zimbabwe (Zec) che a 24 ore dal voto non aveva ancora pubblicato il registro elettorale, alimentando dubbi sulla sua imparzialità. L’accusa è di aver incluso nel registro i nomi di almeno un milione di persone decedute, omettendo invece quelli di elettori attivi, per favorire la vittoria di Mugabe. Un dominio incontrastato. Robert Mugabe è alla guida dello Zimbabwe da 33 anni, sin dall’indipendenza del paese dalla Gran Bretagna, ottenuta nel 1980. L’eredità politica che incarna per essere uno degli ultimi leader che ha “liberato” l’Africa dal dominio dei bianchi, la messa a punto di una macchina statale dove tutti gli apparati rispondono ad un unico leader riconosciuto, il ricorso all’intimidazione e alla violenza, la propaganda antioccidentale e un’ideologia nazionalista sono tutti fattori che hanno sovvertito le previsioni di declino dello Zanu-Pf fatte negli ultimi anni da numerosi osservatori. Rischi futuri. L’ennesima affermazione di Mugabe in queste ultime contestate elezioni e quella che sarà la reazione dell’opposizione minacciano ora di compromettere il percorso del paese verso la democratizzazione e di inaugurare una nuova stagione di instabilità politica, aggravando l’isolamento economico e diplomatico dello Zimbabwe.

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